Le scarpe antinfortunistiche e i disturbi muscolo-scheletrici
La scarpa antinfortunistica, usata come strumento di protezione del piede dagli stimoli esterni negli ambienti di lavoro, è progettata con un design standard e materiali appositi per ridurre il rischio di infortunio da contatto con gravi o oggetti taglienti e di scivolamento. Esistono diversi modelli differenziabili per alcune caratteristiche e che si adattano alla mansione lavorativa. L’utilizzo della scarpa antinfortunistica è certamente finalizzato alla sicurezza e protezione del lavoratore ma tralascia il comfort e la funzionalità: questo aspetto, esacerbato dai movimenti richiesti dalla mansione lavorativa, come la movimentazione di carichi o la postura protratta in posizione eretta, aumenta il rischio di infortuni muscoloscheletrici degli arti inferiori e del rachide lombare. I motivi sono da ritrovare nella superficie di appoggio e nelle caratteristiche della scarpa, oltre che nell’attività ripetitiva svolta. Alla base di questo assunto c’è l’ipotesi che se gli arti inferiori sono forzati a muoversi diversamente dal loro normale allineamento strutturale, le strutture anatomiche legamentose, tendinee e muscolari dovranno farsi carico e compensare la tensione per mantenere l’equilibrio e questo può causare affaticamento. Una review del 2017 ha fatto ordine nella letteratura scientifica sul tema suddividendo le caratteristiche della scarpa e le conseguenze sulla salute muscoloscheletrica di ognuna. Nell’articolo sono presentate le conseguenze della scarpa antinfortunistica sul sistema muscolo-scheletrico.

Altezza della scarpa
L’altezza e rigidità dello stivale può ovviamente influenzare il movimento della caviglia alterando la mobilità della gamba durante la camminata: si osservano una riduzione della flessione dorsale e plantare nel piano sagittale ma anche dei movimenti di eversione e inversione, limitazioni che sembrano aumentare il rischio di distorsioni.
D’altro canto, lo stivale alto che copre la caviglia sembra aumentare la stabilità e la propriocezione della persona grazie alla riduzione delle oscillazioni medio-laterali del piede. Se nel lavoro statico con una postura protratta da in piedi questo rappresenta un fattore positivo, nel lavoro dinamico che richiede la camminata potrebbe causare un’attivazione maggiore di alcuni muscoli e causare affaticamento e usura.
Rigidità della scarpa
Una parte di studi osserva che una scarpa più rigida sia un vantaggio perché aumenta la stabilità, rafforzando l’assunto che una caviglia più mobile richiami una maggiore attivazione muscolare per mantenere l’equilibrio, aumentando il rischio di infortuni agli arti inferiori.
Dall’altra parte però si afferma che se la caviglia è limitata nel movimento ci saranno ripercussioni alle altre articolazioni dell’arto inferiore, soprattutto il ginocchio, in cui si noterà un aumento della contrazione dei muscoli semitendinoso e vasto laterale per compensare la ridotta capacità della caviglia di assorbire la forza di reazione al suolo durante la camminata.
Peso della scarpa
Il peso della scarpa varia tra 1 e 4 kg e dipende dalle caratteristiche del materiale, dalla presenza della punta in acciaio, altezza della scarpa, tipo di suola e altri dettagli.
La pesantezza della scarpa altera la corretta camminata con conseguenze di tipo metabolico, cinematico e muscolare.
In primo luogo, con una scarpa più pesante si osservano alterazioni nel consumo di ossigeno; in secondo luogo, aumenta l’attivazione dei muscoli tibiale anteriore, del vasto laterale e del bicipite femorale.In generale si può dire che ovviamente il peso maggiore della scarpa richiede alla persona di fare un maggiore sforzo per lo svolgimento delle normali attività lavorative.
Flessibilità della suola
Anche in questo caso gli studi analizzano l’influenza del tipo di suola sui parametri della camminata e sul consumo di ossigeno. Più la suola è morbida, più è mobile la caviglia, maggiore è la potenza espressa e meno dispendiosa è la camminata.
Le scarpe con la parte anteriore rigida provocano un’aumentata flessione metatarsale che, se ripetuta, come durante la camminata, potrebbe aumentare il rischio di fascite plantare.

Le solette come strumento di prevenzione
Quanto conta la superficie su cui il piede poggia? Una soletta che rispetta l’anatomia del piede potrebbe agire come strumento preventivo sul rischio muscoloscheletrico?
Gli studi che analizzano il comportamento della soletta mostrano tutti risultati incoraggianti sulla riduzione del discomfort: nello specifico, con la soletta si osserva una ridotta attivazione del soleo e del tibiale anteriore, grazie ad una questione di feedback cutaneo per stimolazione dei recettori nella pianta del piede.
Oltre all’attivazione muscolare, si osserva anche una ridotta pressione sul piede con l’utilizzo delle solette. In generale, questo aspetto è stato preso in considerazione anche in altre situazioni, come nel diabete mellito per la prevenzione di neuropatia: l’utilizzo di solette che si adattano al piede ha mostrato una riduzione della pressione nella pianta, prevenendo la formazione di ulcere.
Conclusioni
La scarpa antinfortunistica presenta alcune caratteristiche che potrebbero aumentare il rischio di fastidi muscoloscheletrici agli arti inferiori. Questo però non deve far dimenticare che la scarpa antinfortunistica nasca come strumento di protezione e sia costruita con determinati materiali finalizzati a difendere il piede dagli urti e che per questo motivo sia di fondamentale importanza la scelta delle caratteristiche.
Un metodo per ridurre i fastidi muscoloscheletrici potrebbe essere l’utilizzo di solette interne, specie se adattate al piede della persona, per migliorare l’appoggio del piede e ridurre la pressione.
- Dobson J. A. et al. (2017). Work boot design affects the way workers walk: a systematic review of the literature
- Goto K., e Abe K. (2017). Gait characteristics in women's safety shoes
- Charanya G. et al. (2005). Effect of foot sole hardness, thickness and footwear on foot pressure distribution parameters in diabetic neuropathy