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Cos’è la Sindrome Miofasciale

La sindrome miofasciale dolorosa si presenta con una sintomatologia dolorosa somatica profonda, che può essere percepita anche in zone distanti dal muscolo coinvolto. Spesso, vi è associata anche una sintomatologia neurovegetativa (ad es. sudorazione, pallore), muscolare (ad es. dolore, affaticabilità) e propriocettiva (ad es. vertigini).

L’esordio può avvenire in modo rapido, come durante uno sforzo fisico, o graduale, come in seguito a microtraumi ripetuti; inoltre, i vizi posturali possono portare alla cronicità della sindrome. Può interessare la fascia di tessuto connettivo che ricopre uno o più gruppi muscolari in punti definiti.

Cosa sono i trigger point?

I trigger points sono punti dolenti localizzati sul muscolo e sulle fasce che lo avvolgono. Si presentano sotto forma di contratture muscolari, come banderelle indurite dolenti alla palpazione. A seguito di contrazioni prolungate di alcune fibre muscolari, si genera una condizione di ipossia tissutale locale e la formazione del nodulo trigger dolente.

Si riconoscono due tipi di trigger points: quelli latenti, dolenti alla palpazione, e quelli attivi, che provocano dolore anche senza stimolo palpatorio. Un trigger point latente, a seguito di un trauma o di un movimento brusco, può diventare attivo ed aggravare la sintomatologia dolorosa, cronicizzandola.

I sintomi della sindrome del dolore miofasciale

In ogni singolo muscolo possono svilupparsi punti trigger miofasciali che possono proiettare il dolore anche a distanza. I sintomi dolorifici hanno intensità variabile, da moderata fino a diventare dolore acuto e invalidante, associato a limitazione del movimento. Pertanto, l’instaurarsi di tale condizione, definita sindrome da dolore miofasciale, si traduce in un peggioramento della qualità di vita di chi ne soffre.

La sindrome miofasciale dolorosa si distingue dalle altre manifestazioni dolorose a carico dei tessuti molli, quali tendiniti, borsiti o fibromialgia. A differenza di quest’ultima, è un dolore spesso riferito, localizzato in una determinata regione, non è per forza bilaterale e si associa a una riduzione della flessibilità muscolare. In particolare, si manifesta entro un limitato numero di quadranti del corpo e non è accompagnato da modifiche dell’umore o del sonno. Tuttavia, la sua fisiopatologia non è stata ancora del tutto chiarita. La fascia d’età più colpita è quella tra i 30 e 50 anni, periodo di massima attività e impegno lavorativo, in cui i muscoli e le articolazioni sono maggiormente sollecitati. Durante l’invecchiamento, invece, la riduzione di tali attività rende preponderante la rigidità e la limitazione dei movimenti, rispetto al dolore.

Il trattamento dei trigger points: tra terapia manuale ed esercizio fisico

La digitopressione si configura come il trattamento maggiormente utilizzato, al fine di favorire la riduzione della tensione muscolare. Inoltre, il trattamento dei trigger points viene spesso coadiuvato dall’utilizzo di particolari strumenti, quali aghi specifici, che applicati sul muscolo provocherebbero delle microlesioni, la cui riparazione favorirebbe l’apporto di sangue e, quindi, il rilascio muscolare nella zona interessata. Gli studi scientifici hanno dimostrato la riduzione della sintomatologia dolorosa a seguito di tale trattamento, tuttavia, il meccanismo d’azione non è stato del tutto chiarito.

Anche l’esercizio fisico è tra i trattamenti consigliati. Nella prima fase del trattamento vengono utilizzate anche diverse tecniche di stretching e rilassamento per ridurre la contrazione muscolare e favorire l’irrorazione sanguigna. Una volta passata la fase acuta, il soggetto viene avviato all’esercizio fisico in modo da correggere i fattori predisponenti la sindrome (movimenti ripetitivi, posture sbagliate) e prevenire la sua insorgenza. Inoltre, il rinforzo muscolare è consigliato per contrastare l’atrofia che può avvenire a causa del dolore e del movimento limitato.

Perché un problema così importante è poco considerato dalla medicina moderna?

Sebbene gli studi sul dolore miofasciale siano aumentati nel corso degli ultimi anni, la letteratura scientifica è ancora parecchio discorde e confusa in merito, soprattutto per quanto riguarda le scoperte su fisiopatologia ed eziologia del trigger point. Sfortunatamente, l’eterogeneità di terminologie, teorie e concetti risulta un ostacolo alla comprensione del fenomeno; anche i criteri diagnostici sono ancora incompleti e controversi. Allo scopo di far fronte a tali limiti, i ricercatori hanno iniziato a condurre indagini cliniche e biochimiche utilizzando strumentazioni specifiche (es. tecniche di imaging sui muscoli e sul cervello) per studiare sistematicamente e oggettivamente i trigger points. I dati suggeriscono che infiammazioni neurogene della zona coinvolta, così come disfunzioni del sistema limbico, possono giocare un ruolo significativo nell’avvio, amplificazione e perpetuazione della sindrome del dolore miofasciale.

Considerata l’importanza del fenomeno, molto diffuso tra la popolazione, la ricerca scientifica si sta arricchendo al fine di trovare una spiegazione concorde sull’instaurarsi dei trigger points e sul loro trattamento.