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Cos’è il dolore cronico?

Cosa sia il dolore è sicuramente una domanda che primeggia nella lista di questioni esistenziali dell’uomo; è un tema di cui si dibatte da sempre, non solo in medicina ma anche nell’arte, nella letteratura e nella psicologia e da sempre viene rappresentato e vissuto come uno stato da cui è necessario proteggersi. Di certo il dolore, in generale, non è un’esperienza completamente positiva ma in medicina rappresenta un tentativo fisiologico del nostro organismo di segnalare un danno tissutale e cessa di esistere quando si risolve la situazione: la funzione del dolore è la sopravvivenza, si pensi infatti a quanto pericoloso possa essere non provare dolore e non avere la percezione di un potenziale problema. Tuttavia, negli ultimi anni gli studi hanno evidenziato che un dolore può diventare cronico quando persiste nonostante l’assenza di un danno. Ma cos’è il dolore cronico?

Ciò che è certo è che l’esperienza del dolore è estremamente soggettiva e questo implica che accanto alla componente meramente biologica e sensoriale, su cui ci soffermeremo in questo articolo, sia coinvolta anche la componente psicologica e affettiva, collegata alla percezione spiacevole.

Le tipologie di dolore

Si prova dolore quando alcuni recettori deputati alle sensazioni dolorose, i nocicettori, vengono stimolati, trasmettendo così un segnale doloroso (nocicezione) al sistema nervoso centrale. I nocicettori sono posizionati in ogni zona del corpo capace di percepire uno stimolo nocivo: la cute, i muscoli, le articolazioni, gli organi viscerali.

l'immagine spiega come si genera la nocicezione e qual è il suo viaggio nel sistema nervoso: i nocicettori stimolati inviano un impulso al midollo e poi all'encefalo. La continua attivazione dei nocicettori spiega cos'è il dolore cronico.

Una prima classificazione del dolore è determinata sulla durata temporale della sensazione dolorosa: secondo la IASP, International Association for the Study of Pain, si parla di dolore acuto quando c’è un’attivazione dei nocicettori a seguito di un danno tissutale ed il dolore scompare una volta riparato il danno; se invece c’è attivazione momentanea dei nocicettori ma non è presente un danno tissutale il dolore prende il nome di transitorio e scompare alla rimozione dello stimolo; si può già descrivere il dolore come cronico quando temporalmente supera le 12 settimane di durata e permane anche quando lo stimolo cessa.

In realtà però, la classificazione su base temporale e il cutoff di 3 mesi risulta semplicistico, in quanto il dolore può avere diverse forme. In base all’eziologia si può suddividere infatti in tre tipologie:

  • Dolore nocicettivo: già descritto sopra, è formato da uno stimolo intenso dei nocicettori che inviano un segnale doloroso (calore, puntura, taglio, trauma). Il dolore nocicettivo ha un ruolo protettivo e di allarme tramite l’attivazione di un riflesso di difesa.
  • Dolore infiammatorio: è causato da un’infiammazione in atto e dall’attivazione del sistema immunitario in seguito ad infezione o danno tissutale; il dolore, infatti, è uno dei 5 segni dell’infiammazione. Il sistema immunitario promuove la riparazione tramite ipersensibilità al dolore. Anch’esso ha un ruolo protettivo ma va ridotto in caso di infiammazioni estese o croniche.
  • Dolore patologico: non si tratta più di un dolore protettivo ma maladattivo. In questo caso infatti il dolore è dato da un danno a livello del sistema nervoso (dolore neuropatico) o un malfunzionamento di questo, in assenza di un’infiammazione o di un danno tissutale (dolore disfunzionale).

Ma allora quando il dolore diventa cronico?

La domanda dunque sorge spontanea: ma allora quando proviamo dolore per tanto tempo, cos’è che sta succedendo? A rigor di logica, se il dolore diventa cronico le possibilità sono due: o che sia ancora presente uno stimolo che crea nocicezione (ad esempio, un’infiammazione), oppure c’è qualcosa che non funziona nel sistema di percezione e gestione del dolore. Nel primo caso, una volta individuata la causa basterà instaurare un trattamento volto a eliminare lo stimolo doloroso, a meno che non sia presente una condizione autoimmune che crei infiammazione generale e cronica, come l’artrite reumatoide. Nel secondo caso invece siamo di fronte ad un problema più complicato che prende il nome di “sensibilizzazione centrale”, ovvero un malfunzionamento del sistema nervoso centrale: qui l’origine non è più soltanto alla periferia ma alla centralina.

E con quali meccanismi questo succede? Abbiamo già detto che il dolore viene perpetuato dai nocicettori al sistema nervoso centrale; quando però il sistema nervoso periferico diventa molto più sensibile ad inviare segnali nocicettivi e nello stesso momento, dall’altra parte, il sistema centrale diventa meno propenso a inibire il dolore, allora il sintomo doloroso farà più fatica a cessare.

E qual è il motivo per cui il sistema nervoso smette di funzionare come dovrebbe? Su questo gli studiosi stanno ancora cercando di far luce ma sembrerebbe che sia l’infiammazione prolungata, sia locale che sistemica, a sviluppare sensibilizzazione centrale: questo perché le citochine infiammatorie, ovvero le molecole prodotte dal sistema immunitario durante l’infiammazione alterano la funzionalità dei nocicettori riducendone la sensibilità. Di conseguenza, il segnale nocicettivo che arriverà al sistema nervoso centrale sarà amplificato e più frequente. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che le zone del cervello deputate alla modulazione del dolore sono modificate nelle persone che hanno dolore cronico.

Un’altra causa riscontrata in letteratura sembra essere la disfunzione dell’analgesia, ovvero il meccanismo di inibizione del dolore, a causa di alterazioni nella neurotrasmissione dei segnali. In parole semplici, quel meccanismo che permetterebbe di ridurre il dolore non funziona correttamente per un problema di conduzione del segnale; ed infatti, in persone affette da fibromialgia sono state trovate alte concentrazioni di neurotrasmettitori che hanno la funzione di promuovere il dolore e basse concentrazioni di neurotrasmettitori che hanno la capacità di inibirlo (come la serotonina e la norepinefrina). Il risultato è di fatto una minor capacità del sistema nervoso di queste persone di gestire il dolore.

Conclusioni

Il dolore è un’esperienza di difesa, generalmente negativa e fisiopatologicamente complicata nei meccanismi. Il dolore si riduce una volta tolta la causa scatenante ma in alcuni casi questo non è sufficiente perché è presente un’infiammazione cronica ad esempio su base autoimmune oppure perché il sistema nervoso non funziona più correttamente e si altera la gestione del dolore.

Cosa si può fare in questi casi? L’esercizio fisico è una delle tecniche che permette di ridurre il dolore cronico maladattivo. L’esercizio infatti non agisce soltanto sulla salute del sistema muscoloscheletrico in sé, ma garantisce anche i seguenti meccanismi:

  • Riduce l’infiammazione: è il più potente anti-infiammatorio perché riduce la presenza di citochine pro-infiammatorie e aumenta quella di citochine anti-infiammatorie;
  • Regola la quantità di neurotrasmettitori: è noto l’effetto che ha l’esercizio sulla produzione della serotonina e della norepinefrina, quei neurotrasmettitori, citati poco sopra, che stimolano l’analgesia (inibizione del dolore);
  • Analgesia indotta dall’esercizio: sempre più studi dimostrano l’esistenza di uno stato di analgesia indotto dall’esercizio, cioè la ridotta percezione del dolore durante e dopo la pratica di attività fisica, anche se i meccanismi non sono ancora molto chiari.
  • Woolf C.J. (2010). What is this thing called pain?
  • Borisovskaya A. et al. (2020). Exercise and Chronic Pain